— È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete ch’io non entro per niente in questa corruzione. Il sig. di Saint-Méran ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote, fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni disabitata, sarebbe caduta in rovina. — Questa volta Morrel impallidì.
— Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah! mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre; parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica all’estremo.
— E perchè? domandò Debray, perchè drammatica?
— Si può forse render conto delle sensazioni d’istinto? disse Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di respirare un’aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una collegazione d’idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo.
Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la sig.ª de Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il loro esempio. Villefort e la sig.ª Danglars rimasero ancora qualche tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli occhi freddi, muti, agghiacciati. — Avete inteso? disse la sig.ª Danglars.
— Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità, perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte. Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all’orientale con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi, a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause bastavano in fatto per darle una tinta lugubre.
— Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto.
La sig.ª Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono intese. Molte osservazioni sorsero e s’incrociarono, di cui il resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un aspetto sinistro. — N’è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e questi due ritratti a pastello che l’umidità ha fatto impallidire, non sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: «io ho veduto» — Villefort divenne livido; la sig.ª Danglars cadde sopra una sedia presso al caminetto.
— Oh! disse la sig.ª de Villefort sorridendo, avete il coraggio di sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? — La sig.ª Danglars si alzò, prestamente.
— E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto.