— Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione della sig.ª Danglars.

— Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi trovo gran cosa, e voi sig. Cavalcanti?

— Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d’Ugolino, a Ferrara la prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. — Sì, ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne pensate.

— Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. — Il fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. — In quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina, era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. — Non v’immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque, discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista degli uomini, se non allo sguardo di Dio?

La sig.ª Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli stesso costretto di addossarsi al muro.

— Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come impallidite!

— Che cos’ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il sig. di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell’intenzione senza dubbio di farci morire della paura.

— Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste signore. — Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla sig.ª Danglars. — Niente, niente, diss’ella facendo uno sforzo, ho bisogno d’aria, ecco tutto.

— Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio alla sig.ª Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. — No, diss’ella, amo ancor meglio restare qui.

— In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio?