— No, disse la sig.ª Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che dà all’illusione l’aspetto della realtà.

— Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un affare d’immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia? Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando il fanciullo che dorme?...

Questa volta la sig.ª Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce pittura, gettò un gemito e svenne del tutto.

— La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà trasportarla nella sua carrozza.

— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia boccettina! — Io ho la mia, disse la sig.ª de Villefort, e passò a Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza. — Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della sig.ª de Villefort.

— Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. — E vi è riuscito? — Lo credo.

La sig.ª Danglars era stata trasportata nella camera vicina; Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore rosso, ed ella ritornò tosto in sè.

— Oh! diss’ella, qual sogno spaventoso!

Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non aveva sognato. Fu cercato il sig. Danglars, ma poco disposto alle impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col sig. Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze.

Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della sig.ª Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il sig. Danglars che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. — In verità signora, le diss’egli, è vero che vi ho molto spaventata?