— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi, al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata. Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una qualche impertinenza.
— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi parlai, credendo che non ne valesse la pena.
Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.
Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno o di nuova interrogazione, o di una confessione di motu proprio.
Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la sua cameriera di confidenza.
— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars.
— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi è andata a letto.
— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte.
— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in letto.
— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi.