Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran canapè, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi indirizza la parola.

— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa, che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua fidanzata.

— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.

— Nel mio gabinetto! da me?

— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare?

— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di mondo!

Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per pagare come si conviene un merito uguale al suo.

— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso a Debray.

Luciano la guardò per un momento in silenzio:

— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto, n’è vero?