— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma che a me costa 700 mila fr.
— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui direttamente, lo dite a me?
— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto questo; non io.
— Mi sembra però che dal momento che ne profittate...
Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze allo stesso vostro marito, che è l’a b c dell’arte, perchè la maggior parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me, ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.
Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.
— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.
— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto; è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.; che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr., e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al mondo che valgono più di lui.
La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo semi-svenimento, potè credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.