Il giorno seguente, nell’ora che Debray era solito di scegliere per venire a fare una piccola visita alla sig.ª Danglars nell’andare al suo ufficio, il suo coupé non apparve nel cortile. In quell’ora, cioè mezz’ora dopo mezzogiorno, la sig.ª Danglars ordinò la sua carrozza ed uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che aspettava, dette l’ordine d’essere avvisato tosto che fosse ritornata la signora, ma alle due non era ancora rientrata.
Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla Camera, e si fece inscrivere per parlare contro il preventivo delle spese. Da mezzo giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò nell’ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col banchiere. Uscendo dalla Camera, Danglars, che aveva dati molti segni di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al cocchiere di condurlo all’ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e vide entrare un uomo vestito da abate che invece d’aspettare come lui, più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando nell’interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo.
— Perdono, diss’egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l’abate Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto aspettare.
— Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto male il momento, e mi ritiro.
— Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al mondo.
— Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. — Ah! mio Dio! avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? — No, ne sono guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me di un fallimento a Trieste. — Davvero? Il banchiere fallito sarebbe forse Jacopo Manfredi? — Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila fr. Mai uno sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe. Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti?
— Davvero? — È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire che ritornano senz’essere pagate, e di più sono ancora possessore di altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese.
— Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna?
— Certamente, nient’altro che 700 mila fr.
— Come diavolo avete mai fatto un simile errore?