— Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic’ella, e quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700 mila fr. dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme romore.

— È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. — E voi non arrischiate mai?

— Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento? — Voi dunque credete ai giornali? — Io? niente affatto; ma mi sembrava che questo onesto Messager facesse eccezione alla regola, e non annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. — Ebbene! ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di don Carlo era una notizia telegrafica. — Dimodochè, disse Monte-Cristo, in questo mese perdete circa un milione e 700 mila fr. — Non è circa, è precisamente la somma che perdo.

— Diavolo! per una fortuna di terz’ordine, disse Monte-Cristo, questo è un brutto colpo. — Di terz’ordine! disse Danglars, che diavolo intendete di dire?

— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra posizione?

— Ma diavolo! sì, rispose Danglars.

— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi ci trasportate!

— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?

— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza! a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche miniera.

— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si riaprirà.