— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre governi.

— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. — Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.

— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.

— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti.

— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.

— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul momento 40 biglietti quadrati.

Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.

— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio un credito sopra di me.

— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque mila fr. il mese.

— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con 5 mila fr. il mese?