— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.

— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di accumulare le loro fortune.

— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.

— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la vostra opinione?

— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. — Ma in fine...

— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il riverbero a forza di guardarli.

— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si sa che abbiano un palmo di terreno.

— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che hanno in Lucca.

— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.

— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo avaro.