LXVII. — UN BALLO IN ESTATE.
Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai Campi-Elisi dal conte di Monte-Cristo.
Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria; non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole, cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. — Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte.
— Siate il ben venuto.
— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe?
— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.
— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui avrebbe detta qualunque altra cosa.
— Ebbene! vediamo che novità vi sono?
— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!
— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto qualche cosa per me.