— Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la sig.ª de Morcerf, parla meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi.
— Di me? in verità voi mi ricolmate...
— Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è un problema vivente.
— Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l’avrei creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti d’immaginazione!
— Così, verrete sabato? — Poichè la sig.ª de Morcerf me lo comanda. — Siete obbligante. — Ed il sig. Danglars?
— Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n’è incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d’Aguesseau, il sig. de Villefort; ma ne disperiamo ancora.
— Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio.
— Ballate, caro conte? — Io? — Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso se ballaste? — Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i quarant’anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la sig.ª de Morcerf balla?
— Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! — Da vero?
— Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha manifestato una simile curiosità. — Alberto prese il cappello e si alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta.