Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci, gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al batter delle dieci.
Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero, tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la porta si aprì, e comparve lord Wilmore.
Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua prima parola entrando, fu:
— Sapete, o signore, che io non parlo il francese.
— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore; perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore, cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore, e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in inglese, capisco benissimo.
Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore, nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia, aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio, aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia, ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva d’improvviso cessare, se la miniera cessava.
— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?
— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi, essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa ogni anno?
— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore; egli è avaro.
Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.