Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè venne a presentarsi a sua volta, nell’ordine dei tempi, quel sabato in cui doveva aver luogo il ballo del sig. de Morcerf. Erano le dieci della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un fondo azzurro disseminato di stelle d’oro, gli ultimi vapori di un uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata.
Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo strisciare dei valzer e della galoppa, mentre che i raggi luminosi delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava, aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro, tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi, quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste cominciavano a riempirsi d’invitati attirati dalla graziosa ospitalità della contessa, molto più che della distinta posizione del conte; perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al bisogno copiato.
La sig.ª Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla sig.ª di Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano avvicinate, e dai finestrelli: — Andate dalla sig.ª de Morcerf, n’è vero? aveva domandato il procuratore del Re.
— No! aveva risposto la sig.ª Danglars, soffro troppo.
— Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero.
— Ebbene vi andrò. — E le due carrozze ripresero il loro corso in senso opposto. La sig.ª Danglars era dunque venuta non solamente bella della sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall’altra.
La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la sig.ª Danglars; Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le sarebbe piaciuto di scegliere.
Alberto guardò intorno a sè.
— Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa.
— Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla?