Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto vellutato e lo colse. — Allora prendete questa pesca, diss’ella. — Il conte fece lo stesso gesto di rifiuto.

— Oh! ancora? in verità son disgraziata. — Un lungo silenzio seguì questa scena; la pesca, come il grappolo d’uva, era rotolata al suolo. — Sig. conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il medesimo tetto.

— Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell’Arabia; ed in Francia non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne.

— Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n’è vero? — Il sangue affluì al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso bagliore: — Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e d’altra parte perchè non dovremmo esserlo?

— Grazie, diss’ella. E si rimise a camminare.

— Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto?

— Ho sofferto moltissimo. — Ma ora siete felice?

— Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare.

— E la vostra felicità presente vi fa l’anima più dolce?

— No; essa uguaglia la mia passata miseria.