— Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più?
— No, figlia mia, no, disse la sig.ª di Saint-Méran; ma aspettavo con impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. — Mio padre? domandò Valentina inquieta. — Sì, voglio parlargli. — Valentina non osò opporsi al desiderio dell’ava, ed un momento dopo entrò Villefort.
— Signore, disse la sig.ª di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza?
— Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una convenzione. — Vostro genero si chiama Franz d’Épinay? — Sì, signora. — È il figlio del generale d’Épinay, che è dei nostri, n’è vero, e che fu assassinato qualche giorno prima che l’usurpatore ritornasse dall’Isola d’Elba? — Sì, egli stesso. — Questa parentela colla nipote di un giacobino, non gli ripugna?
— Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre mia, disse Villefort; il sig. d’Épinay era quasi un fanciullo alla morte di suo padre; conosce pochissimo il sig. Noirtier, e lo vedrà, se non con piacere almeno con indifferenza.
— È un partito bene assortito?
— Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è uno degli uomini più distinti che io conosca.
Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: — Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la sig.ª di Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere.
— Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il sig. de Villefort e Valentina.
— So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto dimenticata.