— Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del Capitano Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico pel gran Maresciallo Bertrand.
— Avete voi dunque veduto il gran maresciallo, Edmondo?
— Sì. — Morrel si guardò attorno e tirò da un canto Dantès.
— E come sta l’Imperatore, domandò egli vivamente.
— Bene, per quanto ne ho potuto giudicare coi miei propri occhi.
— Avete veduto adunque anche l’Imperatore?
— Egli entrò dal Maresciallo mentre vi era io.
— E gli avete parlato?
— Cioè, fu egli che parlò a me, disse Dantès sorridendo. Mi fece delle interrogazioni sul bastimento, sul tempo della partenza da Marsiglia, sul viaggio che avea fatto, e sul carico che portava. Io credo che se questo fosse stato vuoto, e che io ne fossi stato il padrone, la sua intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma io gli dissi che non era che un semplice secondo, e che il bastimento apparteneva alla casa Morrel e figlio. «Ah! diss’egli, io la conosco. I Morrel sono armatori di padre in figlio ed ho conosciuto un Morrel, che serviva con me nello stesso reggimento quando era di guarnigione a Valenza».
— È vero! gridò l’armatore tutto contento. Era Policar Morrel, mio zio, che divenne capitano. Dantès, direte a mio zio che l’Imperatore si è risovvenuto di lui, e vedrete piangere il vecchio brontolone. Andiamo, andiamo, continuò l’antico armatore battendo amichevolmente la mano sulla spalla del giovinotto; voi avete fatto bene ad eseguire le istruzioni del capitano Leclerc, e di fermarvi all’Isola d’Elba quantunque se si sapesse che voi avete consegnato un plico al Maresciallo e parlato coll’imperatore, ciò potrebbe mettervi in rischio.