— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?

— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah! rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto, e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte esclama:

«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»

«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.

— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.

— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate, disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite, Valentina? Questo è quanto vi domando.

Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le era ancor venuta.

— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre, contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile. (Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!

— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.

— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.