— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?
— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita. Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che aveva, ma pur quello che non aveva.
Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel fondo del suo cuore:
— Ma infine, che farete?
— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.
— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva essere reale; dove andate?
— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste persone che si troveranno nella mia posizione.
— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.
Il giovine sorrise con tristezza.
— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!