Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.

I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali; Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel santuario.

Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito; Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray e Beauchamp da un’altra.

Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi, e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto, egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.

In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:

— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?

— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.

— Il più presto possibile.

— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare assieme.

— Se ciò non vi disturba in alcun modo.