«Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.
«I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario.
«Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo impegnato, e ritornò alla carica.
«La terza volta, egli cadde ancora.
«Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo sentì la sua mano umida e calda.
«Era sangue.
«Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.
«— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche maestro d’armi di reggimento.
«Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco rotto da una terza ferita.
«Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro.