— No, Signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa lume. N’è vero, Antonio? — Sì, rispose il custode — Ah! è dunque pazzo quest’uomo. — È forse peggio, disse il custode; è un demonio. — Volete voi che se ne faccia una querela? domandò l’ispettore al governatore. — È inutile, signore. Egli è abbastanza punito così; d’altra parte tocca ormai quasi alla follia, e secondo l’esperienza che ci danno le nostre osservazioni, prima che compia un altr’anno, egli sarà compiutamente pazzo. — In fede mia, tanto meglio per lui, disse l’ispettore, una volta pazzo del tutto, egli soffrirà meno.
Come si vede bene, l’ispettore era un uomo pieno d’umanità, e ben degno delle funzioni filantropiche che esercitava.
— Avete ragione, signore, disse il governatore, e la vostra riflessione prova che avete profondamente studiata la materia. Parimente abbiamo, in una segreta non lontana da questa più d’una trentina di passi, e nella quale si discende per un’altra scala, un vecchio scienziato, antico capo di fazione in Italia, che è qui fin dal 1811, e di cui il cervello ha dato volta verso la fine del 1814, per cui da quell’epoca, non è più fisicamente riconoscibile, piange, ride, dimagrisce, ingrassa. Volete voi veder quello piuttosto che questo? La sua pazzia vi divertirà e non vi attristerà punto.
— Li vedrò entrambi, rispose l’ispettore; bisogna disimpegnare il proprio ufficio coscienziosamente. — L’ispettore faceva allora il suo primo giro e voleva lasciare una buona idea della propria autorità. — Entriamo dunque prima qui, soggiunse. — Volentieri, rispose il governatore.
Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci arrugginiti, Dantès, aggruppato in un angolo della segreta, ove riceveva con un contento indicibile il tenuissimo raggio di luce che filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, rialzò la testa. Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce che portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di che si trattava, e vedendo finalmente presentarsi un’occasione per implorare un’autorità superiore, balzò in avanti colle mani giunte. I soldati abbassarono subito la baionetta perchè credettero che il prigioniero si lanciasse verso l’ispettore con cattiva intenzione, e de Boville stesso fece un passo in dietro. Dantès s’accorse che era stato designato come un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore dell’uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà, ed esprimendosi con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti cercò di toccare l’anima del suo visitatore. L’ispettore ascoltò il discorso di Dantès sino alla fine; poi volgendosi verso il governatore: — Egli piegherà alla devozione, diss’egli a mezza voce, è già disposto a sentimenti più dolci. Vedete... la paura fa il suo effetto su lui; ha indietreggiato in faccia alle baionette, ora un pazzo non rincula innanzi ad alcuna cosa; su questo proposito ho fatto delle curiose osservazioni a Charenton: — poscia volgendosi verso il prigioniero. — In brevi termini che domandate voi?
— Io domando qual delitto ho commesso! domando che mi si diano dei giudici! domando che sia istruito il processo! domando da ultimo di essere fucilato se sono reo! ma del pari di essere messo in libertà se sono innocente!
— Siete voi ben nutrito? domandò l’ispettore.
— Sì, credo... non ne so niente... ma ciò poco m’importa! Quello che deve importare non solo a me disgraziato prigioniere, ma ancora a tutti i funzionari che amministrano la giustizia, ed al Re che ci governa, si è che un innocente non sia vittima di un’infame denunzia, e non muoia sotto chiavi maledicendo i suoi carnefici....
— Voi siete molto umile oggi, disse il governatore; però non siete sempre stato così. Parlavate bene altrimenti, mio caro amico, il giorno che volevate uccidere il vostro custode.
— È vero, signore, disse Dantès, e ne domando umilmente perdono a quest’uomo, che è sempre stato buono con me; ma che volete! io era pazzo... io era furioso...