— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.

Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? — Volentieri, se lo desiderate.

— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo; soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che si rompa; ma non più dilazioni.

— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.

— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora prima.

— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed applaudendo alla fine del pezzo.

Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli vennero a dire due parole all’orecchio.

— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua, assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli era stato detto alla serata dal giorno innanzi.

Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.

— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti come questi, volete prendere il thè?