— No, grazie, il mio coupé deve averci seguiti.

— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.

Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi rientrarono.

— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo.

Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.

— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola, al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia già pronto.

— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio, state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete il thè?

— Per bacco! desidero fumare.

Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche ripiene di eccellente latakiè.

— È maraviglioso, disse Morcerf.