— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze, e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono tristissime.

— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una inesprimibile felicità.

Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri miei ricordi? diss’ella.

— Ve ne supplico, disse Alberto.

— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse lagrime.

«Ella mi trasportò fuori senza dir parola.

«Vedendola piangere stava per piangere io pure.

«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.

«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima scala.

«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli altri addormiti, perchè era male svegliata.