— Il sig. de Villefort; vedetelo, e intendetevela con lui.

— È già un anno ch’egli non è più in Marsiglia, ma a Nimes.

— Ah! ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è allontanato. — Il sig. de Villefort aveva egli qualche motivo di odio contro di voi? domandò l’ispettore. — Nessuno, signore, anzi era molto benevolo meco. — Io potrò dunque fidare alle note che egli ha lasciato sul conto vostro, o che potrà trasmettermi? — Intieramente, signore.

— Sta bene, aspettate. — Dantès cadde in ginocchio, levando le mani verso il Cielo e mormorando una preghiera nella quale egli raccomandava a Dio questo uomo che era disceso nella sua prigione come il Salvatore che liberava le anime dall’inferno. La porta si richiuse, ma la speranza discesa con Boville, era rimasta nella segreta di Dantès.

— Volete voi vedere il registro di consegna subito, domandò il Governatore, o passare alla segreta dello scienziato?

— Finiamola prima colle segrete, rispose l’ispettore; se io ritornassi ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di discendere di bel nuovo qui per compiere la mia trista missione.

— Oh! quest’altro non è un prigioniero come quello che abbiamo lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo vicino. — E quale è la sua pazzia?

— Oh! una pazzia strana, egli si crede possessore di un immenso tesoro. Il primo anno della sua prigionia ha fatto offrire al Governo un milione, se volesse metterlo in libertà; il secondo anno due milioni, il terzo tre milioni, e così progressivamente. Egli è ora al suo quinto anno di prigionia, e chiederà di parlarvi in segreto, per offrirvene cinque. — Ah! ah! è curiosa in fatto, disse l’ispettore; e come si chiama questo milionario? — Faria. — N. 27? domandò l’ispettore leggendo questa cifra sopra una porta.

— Precisamente qui. Antonio, aprite.

Il custode ubbidì, e de Boville entrò nella segreta dello scienziato pazzo: per tal modo veniva generalmente chiamato il prigioniere. In mezzo della camera in un circolo tracciato sul pavimento con un poco d’intonaco, staccato dal muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto le sue vesti erano andate in pezzi. Egli disegnava in questo cerchio delle linee geometriche molto dritte e parallele, e pareva in tal modo occupato a risolvere il suo problema a guisa di Archimede nel momento che fu ucciso da un soldato di Marcello. Egualmente egli non si mosse al rumore che fece la porta della prigione nell’aprirsi, e non sembrò risvegliarsi che allorquando la luce delle torce illuminò con chiarore straordinario l’umido suolo su cui lavorava. Allora si volse e vide con sorpresa la numerosa compagnia che era discesa nel suo carcere. Si alzò prestamente, prese una coperta gettata sul miserabile suo letto, e si coperse precipitosamente per comparire in uno stato più decente agli occhi degli stranieri.