— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!
«— In nome di chi vieni tu? diss’egli.
«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen.
«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi rimettermi.
«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e conoscere l’oggetto che gli presentava.
«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim.
«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io.
«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e ritirati fin che io l’abbia veduto.
«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno di riconoscimento nel luogo indicato.
«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim, tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.