«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto, ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e rotolandosi sui sacchi d’oro.
«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile, balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava.
«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una carta con caratteri d’oro.
«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di Sua Altezza. Vedi tu il firmano?
«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi. Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!
«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere!
«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore. Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui, ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto; mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco, attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto sotto i suoi piedi.
«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.»
Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: — Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio che punisce i traditori.
— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente indiscreto.