«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.
QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ
DI GIANNINA.
«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!
«Io fui portata al bazar, un ricco armeno mi comprò, mi fece istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè al sultano Mahomud.»
— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi, Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le mie pastiglie di hatchis.
Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso.
— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia è finita.
LXXVII. — CI SCRIVONO DA GIANNINA.
Franz era uscito dalla camera di Noirtier così tremante, e così fuor di sè, che Valentina stessa aveva avuta pietà di lui. Villefort, che non aveva articolato che poche parole senz’ordine, e ch’era fuggito nel suo gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera.
«Dopo ciò che è stato rivelato questa mattina, il sig. Noirtier de Villefort non potrà supporre che un’alleanza sia possibile fra la sua famiglia e quella del sig. Franz d’Épinay, il quale ha orrore nel pensare che il sig. de Villefort, che sembrava conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo abbia prevenuto in questo pensiero.»