— Quali parole, sig. conte? domandò il banchiere, come se cercasse invano nel suo spirito la spiegazione di ciò che voleva dire il generale.
— Oh! disse il conte, voi siete amante della formalità, e mi rammentate che il cerimoniale deve eseguirsi secondo tutti i riti. Benissimo! in fede mia. Perdonatemi, ma siccome non ho che un sol figlio, e questa è la prima volta, sono ancora novizio; andiamo, io mi adatto. — E Morcerf, con un sorriso sforzato, si alzò, fece una profonda riverenza a Danglars, e gli disse: — Sig. barone, ho l’onore di domandarvi la mano di madamigella Eugenia Danglars, vostra figlia, per mio figlio il visconte Alberto de Morcerf.
Ma Danglars, invece di accogliere queste parole con quel fervore che Morcerf si aspettava da lui, aggrottò il sopracciglio, e, senza invitare il conte, che era rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: — Sig. conte, diss’egli, prima di potervi rispondere avrò bisogno di riflettervi.
— Di riflettervi! riprese Morcerf di più in più meravigliato; non avete dunque avuto il tempo di riflettervi da otto anni circa che parliamo di questo matrimonio?
— Sig. conte, tutti i giorni accadono cose per le quali le riflessioni che si credevano fatte sono da rifarsi.
— E come? non vi comprendo più, barone!
— Voglio dire, che da 15 giorni nuove congiunture...
— Permettetemi, disse Morcerf, non è già questa una commedia che rappresentiamo? — Ed in qual modo una commedia? — Sì, spieghiamoci categoricamente.
— Non chiedo di meglio.
— Avete veduto il conte di Monte-Cristo?