— Lo vedo spessissimo, disse Danglars, è uno de’ miei amici.
— Ebbene! una delle ultime volte che lo avete veduto, gli avete detto ch’io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo matrimonio? — È vero.
— Ebbene! eccomi: non sono nè irresoluto nè smemorato, lo vedete, poichè vengo a reclamare che mantenghiate la vostra parola. — Danglars non rispose.
— Avete voi così presto cambiato d’avviso, soggiunse Morcerf, o non avete provocata la mia domanda che per darvi il piacere d’umiliarmi?
Danglars capì che, s’egli continuava la conversazione sul tuono col quale l’aveva incominciata, la cosa poteva voltarsi a male per lui. — Sig. conte, dovete essere a buon dritto meravigliato della mia riserva, lo capisco, così credetemi, sono il primo ad affliggermene; credetemi bene ch’ella mi è imposta da imperiose congiunture.
— Queste sono parole in aria, e forse potrebbero soddisfare il primo arrivato; ma il conte di Morcerf non è un primo arrivato, e quando un uomo come lui viene a ritrovare un altr’uomo e gli ricorda la parola data, e questi manca alla sua parola, ha il diritto di esigere sul momento che almeno gli venga addotta una buona ragione.
Danglars era vile, ma non voleva comparirlo; fu punto dal tuono che aveva preso Morcerf: — Non è certo una buona ragione quella che mi manca.
— Che pretendete dire?
— Che ho la buona ragione, ma che è difficile a darsi.
— Capite frattanto, disse Morcerf, che io non posso appagarmi delle vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed è che voi rifiutate la mia alleanza.