Il portinaro andò in persona a cercare il cameriere, ed un momento dopo ritornò con lui. — Vi chiedo scusa, disse Alberto, della mia indiscretezza, ma ho voluto domandare a voi stesso, se il vostro padrone è realmente uscito.
— Sì, signore, riprese Battistino. — Anche per me?
— So quanto il mio padrone è contento di ricevere il signore, e mi guarderei bene di confonderlo in una misura generale.
— Tu hai ragione, perchè debbo parlargli di un affare serio. Credi che tarderà a ritornare?
— No, perchè ha ordinata la colazione per le dieci.
— Bene, vado a fare un giro ai Campi-Elisi, alle dieci sarò qui; se il sig. conte rientra prima di me, ditegli che lo prego di aspettarmi.
— Non mancherò, il signore può stare tranquillo.
Alberto lasciò alla porta del conte il cabriolet di piazza che aveva preso, ed andò a passeggiare a piedi. Passando davanti al viale delle Vedove credè riconoscere i cavalli del conte, ch’erano fermi davanti alla porta del tiro di bersaglio di Gosset; si avvicinò, e dopo aver riconosciuti i cavalli, riconobbe il cocchiere: — Il sig. conte è al tiro del bersaglio? gli domandò Morcerf. — Sì, signore, rispose il cocchiere. — Infatto molti colpi regolari si eran fatti sentire da che Morcerf si era accostato al bersaglio. Egli entrò. Nel primo giardino stava il servitore. — Perdono, diss’egli, ma il sig. Visconte abbia la bontà di aspettare un momento.
— E perchè questo, Filippo? domandò Alberto, ch’essendo uno di quelli che frequentavano spesso quel luogo, si meravigliava di questo ostacolo che non capiva.
— Perchè la persona che si esercita in questo momento, ha preso il bersaglio a sè, e non tira mai in presenza di altri.