In distanza, Morcerf credè che fosse un giuoco intero, v’era dall’asso fino al dieci.

— Ah! ah! fece Alberto, eravate in voglia di giuocare al picchetto? — No, era in voglia di fare un giuoco di carte. — E in che modo?

— Sono assi, e due, che voi vedete, e soltanto le mie palle li hanno convertiti in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove, e dieci. — Alberto si avvicinò.

In fatto le palle avevano, a linee egualmente distanti e perfettamente esatte, riempiti i segni mancanti, e forate le carte nel posto ove dovevano essere dipinte.

Andando alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che avevano avuta l’imprudenza di passare alla portata delle pistole del conte, e ch’egli aveva abbattute.

— Diavolo! fece Morcerf.

— Che volete, caro visconte, disse Monte-Cristo asciugandosi le mani con biancheria portata da Alì, bisogna bene ch’io occupi i miei momenti d’ozio; ma venite, vi aspetto.

Entrambi montarono nel coupé di Monte-Cristo, che in capo a pochi momenti li depose alla porta n. 30.

Monte-Cristo condusse Morcerf nel suo gabinetto, e gli mostrò una sedia. Tutti e due sedettero.

— Ora parliamo tranquillamente, disse il conte.