— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione, ritornate a questa terribile idea?
— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta non m’inganno ascoltatemi bene.
Villefort tremava convulsivamente.
— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna. Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di violette che ho domandato.
Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta. — Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo sciroppo deve diventar verde. Osservate!
Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza, e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava più alcun dubbio.
— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli uomini, e davanti a Dio.
Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.
LXXIX. — L’ACCUSA.
Il sig. d’Avrigny richiamò ben presto a sè stesso il magistrato che sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: — Oh! la morte è nella mia casa, gridò Villefort.