— No, voleva parlare a V. E. Ho risposto che eravate uscito, egli insistè, ma finalmente è sembrato convincersi, e mi ha data questa lettera che portava seco già sigillata.
— Vediamo, disse Andrea. — Egli lesse al chiarore del fanale del phaéton: «Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del mattino.» Andrea guardò il sigillo per vedere se era stato forzato, e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell’interno della lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il quale era perfettamente intatto. — Benissimo, diss’egli. Povero uomo! è un eccellente creatura. — E lasciò il portinaro edificato da queste parole non sapendo chi dovesse ammirare di più, se il giovine padrone, o il vecchio servitore.
— Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al groom.
Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruciò la lettera di Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri.
Egli terminava quest’operazione quando entrava il domestico. — Tu sei della mia stessa corporatura, Pietro.
— Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore.
— Tu devi avere un’altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso dire nè il mio nome, nè la mia condizione; prestami la tua livrea, e dammi pure le tue carte affinchè io possa, se fa bisogno, dormire in un albergo.
Pietro obbedì. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito prendeva un cabriolet, e si faceva condurre all’albergo del Caval Rosso, a Picpus. Il giorno dopo uscì da quest’albergo senza essere osservato; discese il sobborgo Sant’Antonio, seguì il baluardo fino alla strada Ménilmontant, e fermandosi alla porta della terza casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere informazioni. — Che cercate, mio bel giovinotto? domandò la fruttaiola di faccia.
— Il sig. Pailletin, mia cara, rispose Andrea.
— Un fornaio ritirato? domandò la fruttaiola.