— Sì, io t’amo, o il diavolo mi porti: è una debolezza, disse Caderousse, lo so bene, ma essa è più forte di me.

— Ciò non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia.

— Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l’abito del tuo domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perchè pranzi, o alla tavola rotonda, o all’albergo dei Principi, o al caffè di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un tilbury; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perchè dunque me ne privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa soltanto che lo potrei, hein! — Ed uno sguardo perfettamente chiaro di Caderousse terminò il senso della frase.

— Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perchè esigi che io venga a far colazione teco?

— Ma per vederti, mio piccolo. — Per vedermi, e a che serve? dappoichè abbiamo già fatto le nostre condizioni...

— Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non è vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite espressamente per te, cattivo... Ah! sì, tu guardi la mia camera, le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre fr. il quadro. Diavolo! questo non è l’albergo dei Principi.

— Andiamo, sei già disgustato del presente; non sei più felice, tu che non domandavi che di avere l’aspetto di un fornaro in ritiro? — Caderousse mandò un sospiro. — Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il tuo sogno effettuato.

— Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero Benedetto, è ricco, cioè ha rendite.

— Per bacco, tu ne hai delle rendite! — Io?

— Sì tu, poichè ti ho assegnato duecento fr.