— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico.

LXXXI. — LA ROTTURA.

La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi al di là di un mese.

— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.

— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.

— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato: — Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?

Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la lettera.

— Importante e pressante, diss’egli.

Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore ne ritentasse un’altra.»

Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. — Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.