Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui cardini, ed un uomo entrò.
L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla; si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno opera; l’altro sta alle vedette.
Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e ritornò a quello del gabinetto.
Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire, Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti, l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii della serratura.
— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che un ladro.
Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente. Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle mani e sul viso di quest’uomo.
— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza.
— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza, che qui non abbiam più bisogno di armi.
Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto nell’attitudine dell’antico Arruotino.
Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.