— Sì. Dopo avermi dato il disegno della casa del conte, sperando senza dubbio che io l’uccidessi, e che per tal mezzo egli ne diventerebbe l’erede, o che egli uccidesse me, e sarebbe così spacciato di me, mi aspettò sulla strada, e mi ha assassinato.

— Nello stesso tempo che ho mandato a cercare un medico ho pur fatto chiamare il procurator del Re.

— Egli giungerà troppo tardi, disse Caderousse, sento che tutto il sangue se ne va.

— Aspettate, disse Monte-Cristo; — ed uscì: cinque secondi dopo rientrò con una boccettina.

Gli occhi del moribondo, spaventosi per la loro immobilità, non avevano in quest’assenza lasciato un momento quella porta, dalla quale egli indovinava per istinto che stava per venirgli un qualche soccorso.

— Spicciatevi, sig. abate, sento che torno a svenire.

Monte-Cristo si avvicinò, e versò sulle labbra paonazze del ferito tre o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. Caderousse mandò un sospiro. — Oh! diss’egli, voi mi versate in seno la vita; ancora... ancora...

— Due gocce di più vi ucciderebbero, rispose l’abate.

— Oh! che venga dunque qualcuno al quale io possa denunziare il miserabile. — Volete che io scriva la vostra deposizione? voi la firmerete. — Sì, disse Caderousse, i cui occhi brillavano per la speranza di questa postuma vendetta.

Monte-Cristo scrisse, «Io moro assassinato dal Corso Benedetto, mio compagno di catena a Tolone sotto il n. 59.»