— Rasente terra. — Da che è nascosto? — Dal mio letto.
— Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione? — Giammai. — Dove mette la vostra camera? — Ad un corridore. — Ed il corridore? — Mette capo ad un cortile.
— Ahimè! mormorò la voce.
— Oh! mio Dio, che avete? gridò Dantès.
— Mi sono sbagliato, l’imperfezione dei miei disegni mi ha ingannato, la mancanza di un compasso mi ha perduto, una linea di sbaglio sul mio disegno ha equivalso a quindici piedi di realtà, ed ho preso il muro che voi scavate per quello della cittadella. — Ma allora voi sareste riuscito sul mare. — Era ciò che voleva! — Ma se foste riuscito?
— Mi gettava a nuoto, guadagnava una delle isole che circondano il castello d’If, sia l’isola di Daume, sia quella di Tiboulen, o ancora la spiaggia, ed allora sarei stato salvo.
— Ed avreste potuto nuotare fin là? — Dio me ne avrebbe data la forza; ed ora tutto è perduto! — Tutto? — Sì, richiudete il vostro foro con cautela, non lavorate più, non vi occupate di niente, ed aspettate le mie notizie. — Ma almeno ditemi chi siete... — Io sono... sono il N. 27.
— Voi dunque non vi fidate di me? domandò Dantès.
Edmondo credette sentire un amaro riso penetrare per la volta e giungere fino a lui.
— Oh! io sono un buon cristiano, gridò egli, indovinando per istinto, che quell’uomo pensava ad abbandonarlo, io vi giuro per quanto vi ha di più sacro, che mi farò piuttosto uccidere che far travedere ai vostri carnefici ed ai miei l’ombra della verità; ma in nome del cielo, non mi private della vostra voce, o, io ve lo giuro, perchè sono all’estremo della mia forza, m’infrangerò la testa contro le muraglie, e voi avrete a rimproverarvi la mia morte.