— Quant’anni avete? riprese l’incognito interlocutore: la vostra voce mi sembra quella di un giovine.

— Io non so quant’anni m’abbia, perchè non ho misurato il tempo da che son qui. Ciò che so si è che, il 1 Marzo 1815, quando fui arrestato, aveva circa 19 anni.

— Non ancora 26 anni! mormorò la voce. Andiamo, a quest’età non si può essere ancora un traditore.

— Oh! no! no! ve lo giuro, ripetè Dantès. Ve l’ho di già detto, e ve lo ridico, mi farei piuttosto tagliare a pezzi che tradirvi.

— Avete fatto bene a parlarmi, ed a pregarmi, riprese la voce, poichè formar voleva un altro disegno, e mi allontanava da voi. Ma la vostra età mi tranquillizza, vi raggiungerò, aspettatemi. — E quando? — Bisogna che io calcoli i nostri pericoli, lasciatemi dare il segnale.

— Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o permetterete ch’io venga da voi; fuggiremo assieme, e, se non potremo fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io di quelle che amo. Amate qualcuno?

— Sono solo al mondo.

— Allora amerete me... se voi siete giovine, sarò vostro camerata, se siete vecchio sarò vostro figlio... Io ho un padre che deve avere settant’anni se vive ancora; io non amava che lui, ed una giovinetta che si chiamava Mercedès. Mio padre non mi avrà certo dimenticato, ne sono sicuro, ma ella, chi sa, se pensa ancora a me... io vi amerò come amava mio padre.

— Sta bene, disse il prigioniero; addio a domani.

Queste poche parole furono dette con un accento che convinse Dantès; egli non chiese di più, si rialzò, prese le solite cautele per i rottami tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da quel momento Dantès si abbandonò del tutto alla felicità, pensando, che non sarebbe stato certamente più solo, fors’anche libero; al peggio andare, se egli restava prigioniero, avrebbe avuto un compagno; e la prigionia divisa non è che la metà del gastigo. I lamenti che si mettono in comune, sono quasi preghiere, e le preghiere che si fanno in due sono atti di ringraziamento. Per tutta la giornata Dantès passeggiò nella prigione, il cuore balzavagli di gioia. Di tempo in tempo questa gioia lo soffocava. Egli si sedeva sul letto premendosi con una mano il petto. Al più piccolo rumore che sentiva nel corridoio, balzava alla porta. Più d’una volta gli si affacciò alla mente il timore che lo avessero separato da quell’uomo che non conosceva, e che di già amava come un amico. Allora egli avea risoluto, al momento che il carceriere avrebbe scostato il letto, ed abbassata la testa per esaminare l’apertura, gli fracasserebbe il capo su quello stesso pavimento ove aveva rotta la brocca. Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva; ma non stava forse per morire di noia e di disperazione al momento in cui questo rumore miracoloso lo aveva reso alla vita? La sera venne il carceriere; Dantès era sul letto; gli pareva che, stando su quello, avrebbe meglio fatto la guardia alla incominciata apertura. Bisognava senza dubbio che guardasse il suo visitatore importuno con uno sguardo stravagante, perchè questi gli disse: