— Io sono... gli disse all’orecchio, io sono... — E le labbra appena aperte, lasciarono passare un nome pronunciato tanto a bassa voce, che il conte sembrava temesse di sentirlo egli pure.
Caderousse, che si era alzato sulle ginocchia stese le braccia, fece di tutto per indietreggiare, poi giungendo le mani, ed alzandole con un estremo sforzo: — Oh! mio Dio! diss’egli, perdono per avervi rinnegato; voi esistete, sì voi esistete, e nella vostra infinita misericordia e giustizia, voi siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio, e Signore, non vi ho per lungo tempo conosciuto! mio Dio, e Signore perdonatemi, mio Dio, e Signore ricevetemi!
Caderousse chiuse gli occhi, cadde rovesciato in addietro con un ultimo sospiro. Il sangue si fermò subito sulle labbra delle sue larghe ferite. Egli era morto.
— Uno! disse misteriosamente il conte, cogli occhi fissi sul cadavere già sfigurato per questa morte terribile.
Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore del Re giunsero, condotti, l’uno dal portinaro, l’altro da Alì, e furono ricevuti dall’abate Busoni, che pregava vicino al morto.
LXXXIII. — BEAUCHAMP.
Per quindici giorni in Parigi non si parlò d’altro, che del tentativo di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle tracce dell’omicida.
Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli, e gli abiti, meno il gilè che non potè ritrovarsi, furono deposti alla polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva a tutti, che quest’avventura era accaduta mentre che egli era nella sua casa d’Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ciò che gli aveva raccontato l’abate Busoni, che in questa sera, per una strana combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca. Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perchè qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a constatare il delitto, aveva reclamato a sè l’affare, ed aveva impresa l’istruzione con quell’ardore appassionato, che egli metteva in tutte le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola. Ma tre settimane eran già passate senza che le ricerche più operose avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare il rubamento tentato alla casa del conte, e l’assassinio del ladro commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere col titolo di fidanzato.
Erasi scritto al sig. Cavalcanti padre che aveva molto approvato questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perchè il servizio gl’impediva assolutamente di lasciare Parma, ov’era di guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati collocati nel banco Danglars, ov’egli li farebbe valere; alcune persone avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidità della posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una confidenza sublime, rigettò tutti questi vani propositi sui quali ebbe la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era però lo stesso dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto; ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene.
Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose da sè stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina, il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto però non si credeva meno insultato, perchè in quelle poche linee che lo avevano ferito vi era certamente l’intenzione di offenderlo. Inoltre, il modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito l’idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva più veduto dopo il giorno della visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di qualche giorno. Ov’era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu svegliato dal suo cameriere, che gli annunciò Beauchamp. Alberto si strofinò gli occhi, ordinò che si facesse aspettare Beauchamp nella piccola sala da fumare nel pian terreno, si vestì prestamente, e discese.