— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.

— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise.

Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione. Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio, diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato, ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi accompagna. Andate.

Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità. Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità.

— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più, volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì, ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del deserto, si ritrovava nel suo elemento.

— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate forse fare espressamente?

— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià tutte le favorite.

— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?

— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà 30 o 40 mila fr.

— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli.