— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi sudditi.
— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo pure.
— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato d’Europa.
— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.
— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah! mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non vi crederò più, ve ne prevengo.
— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba, ma perchè ruba?
— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba per rubare.
— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene, Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto, è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè?
— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore.
— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità.