— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.
— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?
— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità; i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco; il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento.
Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua disposizione.
Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii, nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella biblioteca.
Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo, dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e, con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare troppo Monte-Cristo.
— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva una lettera ed un giornale.
— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto.
— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin.
— È dunque Beauchamp che vi manda qui?