— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne supplico, ma datemi un cavallo!
— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a cavallo; prendete un calesse, un coupé, una qualche carrozza.
— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui voi temete; essa mi farà del bene.
Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla, e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra gridando:
— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha premura.
Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera, il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte?
— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno sul momento un altro.
Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il mio rossore.
E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni, che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò che segue:
«Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina, di cui parlava tre settimane sono il giornale l’Impartial, e che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e fa parte della Camera dei Pari.»