— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il gerente del giornale ministeriale.
— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.
— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.
— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?
— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo molto pericoloso.
— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese, col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che godono.
Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della Camera dei Pari, e noi scriviamo per l’opposizione.
— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.
Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero dopo la partenza del corriere, si fu, che alla Camera dei Pari, in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico, e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo, commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.
Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori, ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. Era evidente che tutta la Camera ardeva dal desiderio di impiantare una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.