«Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’harem di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il mandato, mediante la somma di mille borse.
«Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247 dell’egira.»
«Firmato El-Kobbir.»
«Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore si obbliga di farvi apporre.
«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di sangue.
«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?
«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo padre, trovasi da tre giorni in Normandia.
«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?
«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita del gran mondo; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così, leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli album, come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla Camera dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho scritto.
«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in questa dimostrazione?