— Sicuro di vincere? ripetè Beauchamp guardando il conte con occhio atterrito.

— Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle. Senza ciò non mi batterei col sig. de Morcerf. Lo ucciderò, ciò è necessario, e sarà fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto ciò in casa mia questa sera, indicatemi l’arme e l’ora, non amo di farmi sentire.

— Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone tracotante, o con un essere soprannaturale.

— Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto è in regola, lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con tutte le sue brutalità di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che dorma. — Beauchamp uscì tutto maravigliato. — Ora, disse Monte-Cristo voltandosi a Morrel, conto su voi, n’è vero?

— Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; però... — Che cosa?

— Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa...

— Vale a dire che rifiutate? — No.

— La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non è conosciuta che da me e dal cielo; ma vi do la mia parola d’onore, Morrel, che il cielo la conosce, e sarà a nostro favore.

— Basta così, conte, disse Morrel. Chi è il vostro secondo testimonio?

— Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorrà rendermi questo favore?