— Vi garantisco per lui, come per me, conte.

— Bene! ciò è quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me, non è vero? — Vi saremo.

— Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di non perdere una nota di quest’opera; è tanto adorabile la musica del Guglielmo Tell.

LXXXVIII. — LA NOTTE.

Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse cantato il suo famoso Seguitemi! e allora soltanto si alzò ed uscì.

Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo coupé, sempre tranquillo e sorridente.

Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando in casa, disse ad Alì:

— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio.

Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una capsula bastava per cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio, esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.

Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade sopra una tavola, e si slanciò dentro.